L’accompagnamento nel lutto perinatale

10, 9, 8 mi avvicino a quella stanza. C’è una donna che ha appena partorito un bambino, morto. Alla 22, 25, 28 , 30, 32, 34, 37, 39, un giorno prima. 7,6,5 respiro. So per esperienza che bisogna respirare prima di entrare. Andare in apnea. Si tratta di scivolare dentro l’acqua e affondare negli abissi di un dolore sordo, improvviso, inaspettato. 4,3,2 appoggio la mano sulla maniglia e apro, piano. Due passi ed eccoli li.

Mi avvicino. A volte conosco quella madre, a volte no. Ma di fronte a lei sono solo un’altra donna. E tocco. Da sempre. Il braccio inerme e senza forze che posa sul letto. E la guardo. In quel momento sono una femmina, che ancestralmente conosce quel dolore, una madre di altri figli non nati. Mi spoglio dal mio ruolo. Non una psicologa. Permetto a quel dolore di affondare dentro di me, per poterne sostenere il peso.

Guardo il padre. Gli occhi rossi, pieni di lacrime trattenute. Cos’è successo? Perché è successo? Perché a noi? Curala, ti prego. Salvaci.

200 metri sotto il pelo dell’acqua. E’ buio. Solo qualche forma di vita, si aggira tra noi. I suoni sono appannati, i movimenti lenti. Parlo, piano. E spiego, l’inspiegabile.

So che quello che dirò rimarrà impresso per sempre. Che in parte condizionerà le loro scelte. Il modo stesso in cui affronteranno questo lutto negato dalla società. Mi appresto a parlare. Collego la mia mente al mio cuore. Ciò che dirò dovrà sapere d’affetto e di parole, chiare.

Ma prima tocco. Prendo le mani del padre, le avvicino alle mie e a quelle della madre. Rimango con loro.

E così spiego, che non sono soli, che non sono gli unici che è toccato in sorte di affrontare questa tragedia. Che vi sono altri 5,6 bambini su 1000 a cui capita. Che non è colpa loro. Che non dipende da ciò che hanno mangiato il giorno prima o pensato durante la gravidanza. Che spesso, è inspiegabile. Capita, come capita la morte in culla, ma succede in pancia. Capita. E purtroppo, è capitato a loro.

Spiego. Che non vi sono scorciatoie. Che questo dolore va affrontato. Che se no, diventa un macigno. Un gigantesco muro che ostacola il domani, oscurando le loro notti, colorandole di fantasmi e di incubi. Che per quanto doloroso, che per quanto più semplice possa sembrare evitarlo per sopravvivere, per quanto più facile sia voler credere a chi ti dirà “siete ancora giovani, avrete altri figli, non serve piangere”, così non è. Non vi sono scorciatoie. Questo dolore va attraversato per uscirne più forti, per trasformarlo in un’esperienza di vita per cui per sempre quel bambino nato morto diventi tuo figlio. E tu sua madre e suo padre, per sempre. I tuoi altri figli passati e futuri, fratelli e sorelle. Che nessuno potrà mai sostituire quel figlio.

Spiego che partorire, anziché fare un cesareo, è fondamentale per affrontare meglio il dolore. Per quanto duro possa sembrare, quegli ormoni, quel passaggio attraverso l’utero e la vagina l’aiuterà a tornare. Lei mi sorride, sì è vero, mi dice, è stato fondamentale, trovando conforto e conferma rispetto un’esperienza che l’ha cambiata per sempre. Ora si sente più forte di prima, quando gli era stato comunicato e pensava di morire, anche lei.

Chiedo se hanno visto il bambino, se hanno potuto abbracciarlo, stare con lui, cullarlo. Spiego che se non lo hanno fatto, di pensarci, di farlo se sentono di poterlo fare. Perché quello è il loro bambino. Il bambino che hanno tanto amato e continueranno ad amare. Che vivrà nel loro cuore per sempre. Non un mostro. Non quel mostro che potrebbe diventare un giorno, cercando invano di dimenticarlo.

Se posso, se sono d’accordo, avvicino le mani del padre al grembo della madre, come mi hanno insegnato a fare in haptonomia. In profondità, con affetto infinito. A 200 metri sotto la superficie dell’acqua. Per riempire un po’ d’amore, quel terribile vuoto. Per salire di un metro e aprire uno squarcio alla luce.

Li saluto. Li ringrazio, gli dico che sono disponibile ad accompagnarli, a seguirli se vorranno. So che anche io ne ho bisogno, di sapere come stanno, di non lascarli soli.

1,0 esco dalla stanza. Incontro i parenti. Sbigottiti, esterrefatti porgo loro le mie condoglianze. E’ incredibile come fare questa semplice cosa li riporti alla realtà. Ecco, è questo che è successo, ho perso un nipote. E’ morto, anziché nato. E’ nato morto. Di questo si tratta. E per questo motivo che questa persona mi porge le condoglianze. Ci sarà un funerale, forse. Ecco, ho capito.

Mi allontano, il mio lavoro per ora è finito. Respiro. Ma non basta. Ci metterò dei giorni per tornare in superficie e respirare aria. Li penserò, anche quando non li penserò. Il loro dolore è diventato anche un po’ il mio. Spero mi chiameranno. Spero che ciò che ho detto e ho fatto li aiuti. Spero che quel bambino trovi quell’abbraccio, almeno per un po’, prego che quei genitori trovino la forza. So che quelle anime, d’ora in poi, vivranno insieme per sempre.